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Quo vadis, mia bella Italia? Di Renato Zilio

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Quo vadis, mia bella Italia? Di Renato Zilio

20 Luglio 2009
By admin
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Renato ZilioUno sguardo da fuori è sempre interessante, affermava un vecchio professore. A volte, infatti, esso legge meglio la situazione di chi la vive dal di dentro e vi si trova come immerso. Una città – così egli esemplificava – deve essere osservata da tre punti di vista differenti: da dentro, dall’alto, da fuori. Da fuori, allora, la nostra gente italiana all’estero da tempo si fa più interrogante, guardando la nostra patria… e pare chiedersi ultimamente: “Quo vadis… dove vai, mia bella Italia?!”

Un test interessante in ogni società è sempre la fascia di persone più deboli. È un test della qualità della sua organizzazione, dell’umanità di un vivere sociale, ma anche… della fede che vi si trova! Manifesta concretamente se si crede nel Dio della Bibbia, che da sempre protegge il povero, l’orfano, la vedova e lo straniero come le pupille dei suoi occhi. Sono questi, infatti, gli anelli più deboli e vulnerabili del tessuto sociale e rivelano lo stile di intervento del Dio del Magnificat: egli innalza gli umili, umilia i potenti.
Si resta sorpresi, allora, che lo straniero, il migrante – semplicemente privo di un permesso di soggiorno – venga ora in Italia considerato criminale. Come pure il fatto del suo respingimento a riva. Si viaggia, così, nella pura logica dell’esclusione, logica sbrigativa come sbrigativo il modo stesso di legiferare: per voto di fiducia. Non è la logica più attenta, rispettosa e riflessiva dell’inclusione o della coesione sociale, che l’Europa tiene tanto a cuore. Ed è forse quel carattere borbonico e poliziesco, che spesso interviene con senso persecutorio, rimasto dentro di noi come un virus resistente. All’estero spesso, anche da parte della polizia, si riscontrano invece con stupore atteggiamenti pedagogici, cortesi, educativi nei riguardi del cittadino e ancor più del turista.

“Vede, il nostro preside è tanto buono – mi confidava una segretaria di liceo che considero un punto di osservazione interessante – ma quando si impenna nessuno più lo trattiene. Perde la testa. Invece, la vicepreside è molto differente: lei ha testa, polso e cuore!” Ecco i tre elementi essenziali di un leader: in questo modo dimostrerà di gestire le cose, ma di farlo con intelligenza e passione. Definizione insuperabile questa, per misurare qualsiasi situazione. Forse è proprio quello che ci manca: queste tre grandi doti riunite insieme. Osservando da fuori, vivendo in altre società, sembra che la vita civile italiana si stia imbarbarendo… Forse, in questi anni una logica sotterranea o un filo rosso che lega tanti segni e avvenimenti non è difficile trovarlo: l’animus del mercante. Il senso forte del proprio tornaconto. Fare i propri interessi diventa quasi un paradigma con i suoi eroi negativi e con i suoi infiniti condoni. Pare che tutto quello che si tocca – come il Re Mida, per il quale tutto diventava oro – per noi, invece, diventi più banalmente merce. E le persone diventino clienti, reali o potenziali. Tutto si compra, tutto si vende: questo in un programma televisivo, una rivista, il corpo, un posto di carriera… Perfino avere un figlio in più… come una merce,“ci costa troppo!” Quasi tutto si infarcisce di pubblicità, di illusione. L’arte dell’apparire è spinta all’eccesso, così il senso del vendere e la preoccupazione del “fare affari”. I nostri grandi valori o l’apertura di spirito, di cuore e di intelligenza sembrano, invece, riposti in soffitta.

Viene da pensare a quel bel miracolo di S.Antonio, illustrato da Donatello nella famosa Basilica. Alla morte di un avaro usuraio gli eredi ne trovano il cuore ben rinchiuso nella sua stessa cassaforte: scena illuminante di tutto un programma di vita. Da noi sembra che il “fare il proprio interesse” o il “chiudersi nel particolare,”come lo definiva il Guicciardini, sia l’idolo a cui tutto sacrificare. Da qui forse la fragilizzazione stessa della situazione dei giovani, dei loro penosi contratti di lavoro a termine, della loro ricerca affannosa qui all’estero, di fragilizzazione di una società civile, dei suoi rapporti, di una morale… Così, l’interesse dell’azienda, il “fare fatturato” non si misura con altre realtà o valori: resta un assoluto. Sono sorpresi, invece, i nostri giovani quando all’estero trovano opportunità aperte, belle e motivanti! E ci si chiede, in un mondo liberistico con pochi vasi di ferro tra tanti di coccio, come osservava don Abbondio,“Dove sono le voci che reclamano o difendono i nostri valori, che denunciano una società che sembra assumere le regole di una giungla?” “Avaro e inaffidabile: così appare il nostro Paese riguardo la cooperazione internazionale e la lotta alla povertà estrema,” scrive un settimanale diocesano del Nord, in seguito pure alle promesse non mantenute di aiuti al Terzo mondo, situandoci “in fondo alle classifiche internazionali nella lotta alla povertà e alla fame”. La promessa vana, il sorriso, l’immagine di sicurezza, il senso del clan, la demonizzazione del concorrente, lo scambio di favori… tutte squisite doti mercantili. In verità, manca la compassione per il mondo, il senso dell’altro, il valore di un cammino da fare insieme, il challenge di un avvenire per tutti da costruire a più mani.

Lontanissime sembrano le parole di Chiara Lubich di anni fa ai sindaci svizzeri riuniti a Martigny in un discorso memorabile:“La scelta dell’impegno politico è un atto d’amore. Con esso il politico risponde ad un’autentica vocazione, ad una chiamata personale. Egli vuol dare risposta ad un bisogno sociale, ad un problema della sua città, alle sofferenze del suo popolo, alle esigenze del suo tempo”.  Scendere in politica da noi sembra quasi uno scendere in guerra. O dichiarare guerra, come in questo caso, agli uomini che il Dio di Abramo conduce ancora oggi per mano: i migranti. Perchè un migrante cerca sempre, in fondo, due realtà essenziali, vitali: il pane e la dignità. E fugge moltissime volte – tra pericoli impensabili e inenarrabili – da una terra dove è impossibile per lui vivere. Bisognerebbe aiutarlo, invece, a vivere in un mondo sconosciuto, complesso, duro a volte per lui: il nostro. Dovremmo, semmai, scendere in guerra con realtà patologiche vere, croniche, visibili ed invisibili che corrodono l’anima stessa della nostra bella Italia e che perfino all’estero sanno enumerare con sorprendente lucidità… Con la logica perversa dell’esclusione, purtroppo, non si salva il mondo, nè lo si cambia. Ma lo si stravolge rendendolo invivibile. E avvelenando i rapporti e l’aria stessa che tutta una comunità vi respira.
“Signore, fa’ parlare i tuoi profeti!” dovrebbe essere ogni mattino la nostra umile, insistente preghiera.

un missionario all’estero


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