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Alberto Pusimano, bergamasco in Ecuador, una storia di vita

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Alberto Pusimano, bergamasco in Ecuador, una storia di vita

31 Maggio 2009
By admin
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Il primo viaggio in America Latina arriva all’etá di 15 anni, negli anni 80 assieme ai fratelli maggiori: uno di 21 e l’altro di 23. Dopo questi due mesi trascorsi tra Messico e Guatemala, sono tornato a Bergamo e la sensazione é stata di ritrovare qualcosa di piccolo, poco spazio e mi son detto: No, il mio posto non é qua; io mio posto é la. Ci resto per il tempo che devo: per finire gli studi e un altro paio di cose ancora, e riparto.

– Com è stato il passaggio tra l’America Latina e l’Ecuador, quindi?

Le montagne ecuadoriane (Paramo), alle pendici del vulcano  Pichincha.Nel 84 sono tornato in Ecuador in pianta stabile: c’erano giá i miei fratelli che si erano stabiliti dopo aver percorso tutta la costa pacifica. Durante gli anni 80 molti paesi stavano affrontando il problema della guerra civile: in Salvador, in Guatemala, in Nicaragua, in Peru, per non parlare della complessa situazione della Colombia e della dittatura di Pinochet in Chile. Gli unici paesi dove si poteva vivere, erano il Costa Rica e Panamá, ma erano paesi (relativamente) cari. Quando sono arrivati in Ecuador hanno incontrato un paradiso: un’isola di pace, che sopraviveva in mezzo ad una serie di paesi che stavano affrontando enormi difficoltá. Per cui hanno scelto l’Ecuador e, a 19 anni, io gli ho raggiunti. Tutto é iniziato nella spiaggia di Same, provincia di Esemeraldas, un luogo incontaminato dove abbiamo aperto un ristorante tutti assieme, fino a quando il fratello maggiore é tornato in Italia. Dopo due anni, fino al 86 sono andato in Brasile, fino al 91. li avevo un ristorante-pizzeria, ma erano gli anni dell’inflazione: 8% al giorno. Era invivibile; quando il congelamento di C/c ha reso la vita impossibile, son tornato in Ecuador, e ho aperto una piantagione di banane, commercio redditizio di quell’epoca chiamavano “Oro Verde”. L’Ecuador é tuttora il primo esportatore di banane.

– Durante i primi anni trascorsi in Ecuador, eri connesso a qualche italiano all’estero?

Noi stavamo in una spiaggia devvero isolata: non ricevevamo nemmeno informazioni, senza corrente elettrica, con una radio che si ascoltava a stento. Ogni tanto capitava qualche italiano che si era perso, ma niente di piú. Il commercio delle banane crolla quando noi eravamo pronti al primo raccolto e, invece, l’Unione Europea instituisce delle nuove leggi di tutela per le ex colonie d’oltre mare dei paesi dell’Unione Europea e assecondare la fatidica “area del dollaro” e, da 8$ alla cassa, la banana scende a 2$

In questo periodo avevate relazioni con gli italiani?
No, vivevo a Santo Domingo de los Satchilas (Colorados), dove di italiani non ce n’erano. La maggior parte degli italiani si concentra tuttora tra Guayaquil e a Quito; ce né uno qui e uno la: Atacames, Esmeraldas, Manta.

Eravate cosi in difficoltá che non avete pensato di ricorrere all’associazionismo degli italiani all’estero?
No, a dire il vero no: ce la siamo sempre cavati da soli.

Da buoni italiani!?
Esatto. Purtroppo é fallita la bananera, abbiamo person tutto e a quel punto non resta che rimboccarsi le maniche. Ho trascorso due anni in Colombia, a Cali, ma li era impossibile per via della guerra civile che durante gli anni 90 viveva l’epoca di Pablo Escobar. É stato li che ho avuto la crisi del migrante e ho cominciato a chiedermi: “Cosa faccio qui? Meglio che torni in Italia; che bella l’Italia”.  Son tornato e mi han trattato a pesci in faccia. Io non sono specilizzato, e tra la cooperative e la fabbrica, non c’era altra possibilitá di lavoro. Quando resti 15 anni fuori, é difficile rinserirsi nel mercato del lavoro in Italia.

Dalla Colombia, all’italia. E poi?
Dalla Colombia, a due anni in Italia e poi sono ritornato in Ecuador, un giorno d’autunno, quando ho capito che un altro inverno a Bergamo non lo volevo affrontare. Mia moglie, che é la madre dei miei due figli, é di Ibarra e assieme ci dedichiamo all’importazione di alimenti dall’Italia, come due “buoni italiani”: la pasta, l’olio di oliva, la grappa (….), il pomodori pelati, il Parmiggiano, le acciughe…

Hai provato nostalgia per l’Italia e se si, cosa ti é mancato?
Mah, i primi anni mi é mancata l’alimentazione; del resto qui non c’era niente. Ora invece è possibile trovare di tutto; magari è un po’ caro, ma trovi tutto. Mia figlia in questo momento á in Italia; frequenta qui a Quito una scuola italiana, ed é in gita scolastica in Italia.

Che scuola italiana frequenta e che anno?
La Luigi Galvani; é al settimo di basica, che corrisponderebbe ad una prima media da noi.

Hai scelto fin da subito per lei l’istruzione italiana?

No: all’inizio l’ho mandata ad una scuola internazionale e poi ad un’altra differente, essenzialmente perché non avevo sentito una propaganda positiva circa le scuole italiane, poi ho scoperto che alcune non sono poi cosí male. Altre sono un disastro. Costa 120$ al mese; altre inglesi o la americana, invece, costano 700$ al mese.

Scegliendo per l’istruzione di tua figlia, una scuola italiana, sei entrato in contatto con altri iataliani?

Pensa che tra 1500 bambini, solo 2 sono italiani e il resto ecuadoriani. So che il resto degli italiani a Quito manda i figli alla americana o ad altre scuole internazionali. Non so come spiegarlo: io non ci torno in Italia, ma io sono orgoglio so di essere italiano; sono molto orgoglioso e ci tengo. Quando dico di essere italiano, ho proprio “la bocca piena!”

I due italiani della scuola, li conosci? Che relazione hai con loro?

Una é la fondatrice della scuola, é veneta. La mamma inizió aprendo un ristorante italiano, uno degli unici due che c’erano a Quito all’epoca, che si chiamava Ristornate Roma. Questa scuola godeva di un convegno con il Ministero dell’Istruzione Italiana, grazie al quale eseguivano gli esami di terza media e rilasciavano il diploma certificato per la Repubblica Italiana. Venivano due esaminatori dall’Italia per eseguire gli esami. A me sarebbe piaciuto che i miei figli avessero un titolo italiano, non solo ecuadoriano.

Sai che ho insegnato alla empleada che lavora in casa mia, a preparare i crostini…


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